Reti di comunità, un gioco per capire la resilienza a conclusione della visita alla Selvaiana

Esperienze di resilienza: la Selvaiana

Un’esperienza diretta di un modello di vita resiliente, fondato su un’idea di ambientalismo totale, dall’autoproduzione del cibo e dell’energia all’ospitalità di persone e gruppi di studio, dalla militanza nei comitati contro l’incenerimento dei rifiuti al sostegno attivo alle realtà vicine che scelgono modelli socio-economici solidali.

La visita al Centro di vita naturale La Nuova Selvaiana programmata nell’ambito del corso “Sostenibilmente. Volontari per un’economia sociale” è iniziata da Villa Le Pianore e, a piedi, ha seguito il tracciato della vecchia Via Francigena. In pochi minuti, si arriva sulla collina che sovrasta la pianura di Capezzano (Camaiore), dove Pina e Alberto hanno realizzato un progetto di vita in sintonia con la Natura.

I pannelli fotovoltaici, la cucina economica, l’orto, la tenda yurta, il laghetto, il forno per il pane e la stanza per l’impasto, il vivaio delle piantine: la Selvaiana è un microcosmo di autosufficienza dove l’azione degli esseri umani accompagna e amplifica le potenzialità del luogo ricavandone (quasi) tutto il necessario.

Il gruppo di partecipanti al corso, molto numerosi, dopo il ristoro con orzo e pane all’olio, ha ascoltato il racconto di Pina e Alberto visitando tutta la struttura che ha anche un’ampia stanza in legno destinata ai gruppi che intendono svolgere incontri.

A conclusione, Max Strata ha proposto al gruppo di cimentarsi con una rappresentazione pratica del significato di “rete” e “resilienza”: una corda, che tenuta da tutti i nodi della rete, forma un intreccio capace di resistere ad eventuali avversità esterne e interne.

Il corso, organizzato in collaborazione con Cesvot e la Croce Verde di Viareggio, prosegue oltre che con incontri in aula, anche con una serie di visite e laboratori pratici che sono un modo alternativo di fare turismo, alla scoperta di luoghi e testimonianze di sostenibilità ambientale e sociale, meglio ancora se praticato con la giusta lentezza della mobilità dolce e con modalità di condivisione.

Daniela Francesconi

Sostenibile o rinnovabile? Facciamo chiarezza sull’energia

L'inceneritore di Livorno

L’inceneritore di Livorno

Cosa ha a che fare un inceneritore con un pannello fotovoltaico? E un impianto a biomasse con uno di mini-eolico? Apparentemente niente, se non fosse che vengono considerati, allo stesso modo, impianti alimentati da fonti rinnovabili e per questo, beneficiano degli incentivi chiamati CIP6 che ogni consumatore italiano contribuisce a pagare in bolletta. Alcune di queste fonti sono definite assimilate, come i rifiuti urbani, che alimentano i circa 40 impianti in funzione in Italia, ma lo sono anche il gas, gli oli vegetali e quelli combustibili.

Una realtà contraddittoria, che premia fonti energetiche non sostenibili e che lascia intatta la concentrazione della produzione di energia nelle mani delle grandi aziende. Verso la Transizione, l’evento autorganizzato da una comunità di cittadini per lo più versiliesi che si è svolto il 7 e 8 novembre a Camaiore, ha voluto dedicare una parte importante del dibattito proprio alla questione energetica, ospitando E’ nostra e Retenergie, due cooperative che hanno scelto un’altra strada.

Sara Capuzzo e Daniela Patrucco a Verso la Transizione

Sara Capuzzo e Daniela Patrucco a Verso la Transizione

“Tra i produttori di energia rinnovabile c’è chi opera con responsabilità per limitare gli impatti sul territorio e sulle comunità locali e chi, con una logica speculativa, realizza impianti che feriscono gravemente il paesaggio e danneggiano l’ambiente, spesso senza portare vantaggi all’economia locale. Per noi questa differenza è molto importante”, ha detto Sara Capuzzo di E’ nostra.

Insieme a Daniela Patrucco di Retenergie e a Jacopo Simonetta, Sara Capuzzo ha coordinato il laboratorio dal titolo Il Picco del petrolio e le energie rinnovabiliAl pari dell’acqua, anche l’energia deve essere considerata un bene comune, non soltanto perché le fonti fossili si esauriranno, più o meno velocemente, ma anche perché il loro uso e abuso, determina conseguenze irrimediabili sugli ecosistemi e in termini di ingiustizia sociale, guerre e sfruttamento.

di Daniela Francesconi